Impatto del mondo del lavoro sulle persone malate

Quanto incide la realtà lavorativa di oggi su una persona malata?

 “Un numero crescente di persone appartenenti alla fascia di popolazione economicamente attiva risulta più o meno temporaneamente o stabilmente inabile o, comunque, solo parzialmente abile al lavoro a causa dell’insorgere e del decorso di una malattia”

È un argomento che mi sta molto a cuore, incontro spesso persone malate ma abili o parzialmente abili al lavoro; la mia sensazione è che oggi se non sei performante al 100% non sei più “buono”. Parlando con queste persone, traspare la grande voglia di entrare a far parte di un’azienda per sentirsi vivi, sani ed utili; ho percepito una grande motivazione, una carica di energia positiva in quanto hanno un diverso valore della vita, altre priorità. La professione ha un ruolo importante nella nostra vita: permette indipendenza, contatti sociali con gli altri, esperienze gratificanti e accettazione sociale.

La malattia è una una devastazione mentale e fisica ed inoltre, non sentirsi accettati appieno aggrava sicuramente i sintomi; percepire che il rischio attuale della medicina è sempre più incentrata sul risultato come intervento risolutivo ma perde di vista la totalità del paziente inteso come persona è scoraggiante; talvolta, quando essa risulta cronica e inguaribile, la medicina tende erroneamente a considerare esaurito il proprio compito; fermarsi alla diagnosi e non considerare il funzionamento di una persona fa perdere di vista tutto quello che è invece possibile fare per curare, “prendersi cura” anche se non si può guarire dalla malattia. I nuovi bisogni sono da un lato strettamente medici o psico-fisici, ai quali si risponde sempre di più in modo efficace, ma qualità della vita vuol dire soprattutto, sentirsi attivi ed autonomi.

  • Quanto pesa, la paura di perdere il posto di lavoro?

Macchinosi iter burocratici, difficoltà di socializzazione ed il timore di non essere più accettati o di avere performance lavorative inferiori non sono da meno rispetto ai sintomi della malattia o agli effetti collaterali delle terapie, nel compromettere la qualità di vita. Le assenze dal lavoro e il successivo rientro, spesso con l’impossibilità di svolgere mansioni faticose, aumentano il rischio di un possibile demansionamento o cambio di lavoro, frequentemente accompagnato da un atteggiamento pregiudiziale e dannoso da parte dei colleghi e dello stesso datore di lavoro.

  • Ma quante persone devono affrontare questi problemi? Impossibile saperlo…

Ho letto questa testimonianza e desidero condividerla con voi:

Luigi Manni, affetto da SM e volontario di un associazione per la sclerosi multipla asserisce: «Il mio obiettivo, il mio sogno, è far sì che le persone con SM, così come le persone con disabilità diverse o disagi sociali, non siano viste come pesi per la società, ma come risorse. Se penso a me stesso tra dieci, venti, o trent’anni, voglio immaginare una vita dignitosa. Ma questa dignità parte da me: non voglio assumere l’atteggiamento di chi chiede favori o “privilegi” perché “malato”, ma voglio lavorare giorno per giorno per conquistare il mio posto nella società.»

«Come diceva Paolo Borsellino: “Ognuno deve fare la sua parte: ognuno nel suo piccolo, ognuno per quello che può, ognuno per quello che sa.”»

Autore Yvonne Cedraschi